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In questo articolo traccio un percorso a difficoltà crescente, da VirtualBox a Proxmox, passando per libvirt, Hyper-V, VMware e le appliance iperconvergenti. L’idea di fondo: usare la virtualizzazione anche come self-training su Linux e come leva per mantenere governance dei dati e del budget.
VirtualBox: il punto di partenza per formarsi da soli
Per chi vuole iniziare a “sporcarsi le mani” con Linux senza stravolgere il PC di lavoro, VirtualBox resta uno strumento eccellente.
- È un hypervisor multipiattaforma (Windows, macOS, Linux) che permette di eseguire più sistemi operativi sullo stesso host.
- È open source (licenza GPL per l’edizione base) con una community ampia e documentazione abbondante.
- Non richiede hardware dedicato: basta un portatile con RAM sufficiente.
In pratica: installi VirtualBox, scarichi un’ISO di una distribuzione Linux e hai un laboratorio personale per networking, storage, scripting e hardening — senza toccare la macchina “di produzione”. Per chi vede Linux come investimento sulla propria occupabilità, è un ottimo vocational training a costo quasi zero e rischio contenuto.
Appliance iperconvergenti e vendor lock-in: comodo, ma stretto
Un’altra strada, soprattutto in PMI, sono le appliance iperconvergenti: un unico “scatolone” che unisce hypervisor, storage, backup, disaster recovery e gestione, spesso venduto come “accendi e vai”.
Soluzioni come Syneto (per citarne una) offrono hardware pre-dimensionato, snapshot, replica e un unico vendor per supporto e manutenzione. Il rovescio della medaglia è il vendor lock-in:
- dipendenza da hardware specifico e dal suo ciclo di vita;
- quando l’appliance invecchia, spesso la scelta si riduce a rinnovo, trade-in o migrazioni complesse;
- la roadmap hypervisor/storage la decide il vendor, non tu;
- se la competenza interna resta bassa (“tanto ci pensa l’appliance”), dopo qualche anno si finisce per dipendere totalmente da contratti esterni.
Non è necessariamente una scelta sbagliata — ma va fatta con consapevolezza su TCO, exit strategy e capacità interna.
Libvirt + KVM + virt-manager: quando la virtualizzazione diventa “seria” (ma ancora libera)
Quando si passa da “giocare con le VM” a gestire infrastrutture reali, in mondo Linux il passo naturale è la triade KVM + QEMU + libvirt, spesso pilotata via virt-manager.
- KVM è integrato nel kernel Linux e fornisce virtualizzazione hardware-assistita per CPU e memoria.
- QEMU emula i dispositivi (dischi, schede di rete, ecc.).
- libvirt è lo strato di gestione che espone API e tool (
virsh, virt-manager) per creare, monitorare e migrare le VM.
Virt-manager è l’interfaccia grafica classica: wizard per creare VM, modifica risorse, monitoraggio performance. Su host dedicati Debian/Ubuntu questo stack ha avuto per anni un ruolo centrale in ambienti mid-size dove si vuole controllo senza licensing invasivo.
Contro: più complessità rispetto a VirtualBox; cluster HA e storage distribuito non sono “out of the box” come in piattaforme integrate.
Hyper-V: quando vivi nel mondo Microsoft (e guardi Azure)
Se l’infrastruttura è fortemente Windows-centrica, Hyper-V ha ancora senso: è integrato in Windows Server, supportato da Microsoft ed è ben agganciato all’ecosistema Azure.
Con Azure Migrate, Microsoft offre un hub per censire, valutare e migrare carichi da Hyper-V verso Azure — replica agentless degli host, workflow guidati per test e cut-over. Questo rende relativamente lineare spostare workload on-premise in cloud quando arriva la decisione strategica.
Il prezzo da pagare: doppia dipendenza dall’ecosistema Microsoft (OS + hypervisor + cloud), costi e margini di manovra definiti dal vendor, Linux come “ospite” più che centro di gravità culturale e tecnologica.
VMware dopo Broadcom: il re è ancora re, ma il biglietto è cambiato
Per anni VMware (ESXi + vSphere + vCenter) è stato lo standard de facto della virtualizzazione enterprise. Le feature sono ricche, l’ecosistema enorme, il know-how diffuso.
Quello che è cambiato davvero, soprattutto dal 2024 in poi, è il modello di licensing dopo l’acquisizione da parte di Broadcom:
- addio alle licenze perpetue per i nuovi acquisti: tutto passa a subscription;
- licensing per core, con minimi per CPU che possono gonfiare il costo anche su hardware con pochi core fisici;
- molte funzionalità di gestione e automazione sono ora legate a bundle come VMware Cloud Foundation (VCF) o vSphere Foundation, con vincoli più stretti su dove e come usarle.
Sul fronte education, diversi programmi formativi academic (inclusi quelli VMware per scuole e corsi) sono stati ridimensionati o chiusi. L’effetto collaterale è chiaro: formare nuove generazioni su VMware oggi costa di più e ha barriere d’ingresso più alte — hardware e licenze incluse.
Per molte PMI VMware non è più “una delle opzioni”, ma un investimento da giustificare molto bene nel TCO complessivo.
Proxmox VE: l’alternativa open-source che guarda al futuro
In questo scenario, Proxmox VE è diventata — anche nella mia esperienza sul campo — la risposta più sensata quando vuoi:
- tenere la governance dei dati in casa;
- controllare i costi di licensing;
- investire in competenze Linux che restano in azienda.
Alcuni punti chiave:
- Proxmox VE è una distribuzione Debian specializzata per virtualizzazione, con web UI integrata (niente client proprietario obbligatorio).
- Integra KVM per le VM e LXC per i container leggeri.
- Supporta storage flessibile: locale (directory, LVM, ZFS), condiviso (NFS, iSCSI), distribuito (Ceph).
- ZFS offre snapshot, clonazione efficiente, replica e un buon equilibrio tra affidabilità e performance.
- La gestione cluster/HA è integrata (Corosync, live migration), con percorsi verso scenari iperconvergenti “alla VMware”, ma in salsa open.
Le release recenti (come la 9.x, basata su Debian più recente) continuano a investire su kernel aggiornati, QEMU/LXC/ZFS migliorati e networking avanzato (SDN, routing dinamico). Il core è open; esistono abbonamenti per supporto enterprise, ma non sei obbligato a un licensing per socket/core come in VMware.
È proprio su Proxmox che gira gran parte del mio laboratorio oggi — incluso il nodo che ospita F.A.I.T.H. e l’immagine in copertina, generata in locale con il nuovo modulo immagini.
Un percorso possibile: dal laboratorio personale alla PMI che vuole crescere
- VirtualBox per imparare — VM sul portatile, esperimenti con Linux, zero lock-in, massima libertà di “rompere e rifare”.
- KVM/libvirt/virt-manager per fare esperienza vera — host dedicati, gestione via virsh o virt-manager; laboratorio per capire una piccola infrastruttura senza fronzoli.
- Capire pro e contro dei mondi proprietari — appliance comode ma legate a vendor; Hyper-V sensato se la strategia è Microsoft + Azure; VMware potentissimo ma con costi e licensing sempre più selettivi.
- Proxmox come piattaforma di crescita — cluster on-premise, storage flessibile, backup e replica, know-how che resta in casa.
Perché, dopo 20+ anni, continuo a preferire il software libero
Dopo oltre vent’anni tra infrastrutture, sicurezza, formazione e consulenza, la conclusione cui torno sempre è la stessa: le tecnologie cambiano, ma la libertà di scelta e il know-how interno restano gli asset principali.
- Il software libero (e l’open-source serio, non solo “di facciata”) ti obbliga a costruire competenze — ma poi quelle competenze non te le può togliere nessuno.
- Stack come Proxmox o libvirt/KVM permettono di crescere gradualmente: da poche VM al cluster HA, capendo cosa succede lungo la strada.
- Le piattaforme proprietarie possono avere senso in contesti specifici, ma vanno scelte con consapevolezza, facendo i conti su TCO, lock-in e capacità interna di reagire ai cambi di licensing.
E tu, ti stai ancora perdendo tra cloud, on-premise e compromessi?
Se ti rivedi in almeno una di queste situazioni:
- stai valutando se restare su Hyper-V o esplorare alternative;
- sei “incastrato” tra appliance proprietarie, contratti complicati e hardware che invecchia male;
- vorresti capire se Proxmox è praticabile per la tua PMI, magari partendo da un nodo e crescendo nel tempo;
- hai dati sparsi tra on-premise, cloud e servizi terzi e vuoi rimettere ordine con sostenibilità e sicurezza,
allora possiamo parlarne.
Da anni aiuto aziende e community a leggere senza farsi abbagliare dal marketing dei vendor, progettare infrastrutture on-premise o ibride con un occhio a costi e governance, e fare formazione mirata su Linux, virtualizzazione e sicurezza — partendo dal livello reale del team.